Sono un imprenditore di 23 anni e da un anno ho aperto una azienda. Si chiama Belka, ci occupiamo di consulenza informatica. L’ho aperta con due ragazzi della mia età, Giovanni e Luca, che ho conosciuto all’università. C’è molto da fare, e l’informatica ci è sempre piaciuta tanto. Qui c’è il racconto di come è iniziato tutto. Abbiamo deciso di aprirla a Trento, che è dove abbiamo studiato, perché è una città che ci piace, e dalla quale abbiamo avuto molto.

Non avrei mai pensato, però, che il problema più grosso nel mio lavoro sarebbe stato trovare persone entusiaste, capaci, e volenterose.

Mi spiego: l’Università di Trento è piena di ragazzi veramente in gamba, che una volta laureati vengono chiamati da ogni luogo per essere assunti. Questa è una cosa positiva. Un motivo di vanto per un’università che funziona bene. Ma, c’è un però: questi ragazzi, che per studiare e crescere si appoggiano all’università, poi scappano dal territorio. Scappano per non tornare. Non è una grande contraddizione? Un territorio che investe così tanto nella formazione di giovani informatici poi non riesce ad avere imprese competitive nel mercato per assorbire forza lavoro altamente qualificata. La situazione è paradossale: l’investimento in capitale umano non ha una controparte nelle aziende. Questo porta a regalare i migliori studenti a Google, Apple, e così via.

Ho cercato di identificare i problemi, e mi piacerebbe proporre degli spunti per migliorare la situazione. I motivi — dal mio punto di vista — sono di due tipi: culturali ed economici.

Dal punto di vista culturale il Trentino non ha la lunghissima e vastissima storia informatica che altri luoghi, come ad esempio la Silicon Valley, hanno. Questo è un dato di fatto. Non c’è stata Intel a Trento o a Rovereto, e questo significa che non c’è una precedente generazione di manager e imprenditori che capiscano la bontà e la potenzialità delle soluzioni tecnologiche proposte con gli occhi di un informatico. Ci sono aziende che hanno spiccato, ma nessuna di queste è cresciuta a tal punto da diventare un polo di riferimento in tutto il mondo.

Dal punto di vista economico, invece, soffre dello stesso problema che ha il resto d’Italia: in Italia si investe poco (anche meno che in Portogallo, per fare un esempio). Il Trentino, che ha la possibilità di poter reinvestire molte delle proprie tasse sul territorio, potrebbe fare molto su questo versante. In passato sono state create iniziative come TechPeaks che miravano ad attrarre competenze e persone dall’estero che potessero creare quell’humus imprenditoriale. Ma perché non iniziare dalle basi, cioè andare a incentivare gli studenti a restare? Ci sono ottime competenze, e lasciar scappare studenti che sono stati formati nell’università del territorio è una grande perdita.

Le modalità per attuare questo piano sono tante e diverse, e non credo di avere le competenze per poter delineare un piano. Si potrebbe, però, agevolare fiscalmente gli investimenti, perché per costruire aziende informatiche serve molto capitale. Basti vedere i round di capitale negli Stati Uniti con cui bisogna competere, visto che il mercato è globale. Oppure incentivare l’assunzione di neolaureati in materie informatiche. In generale cercare di trattenere figure professionali ambitissime all’estero per evitare di svendere un grandissimo capitale umano.

L’alternativa, se non sapremo adattarci e muoverci in questa direzione, sarà quella di continuare a coltivare talenti per vederli emigrare finiti gli studi.

 

Giulio Michelon

ImpactBlog | www.ladige.it |  27.2.2016