Parlare di impresa sociale – e lavorarci – a me ha sempre evocato due immagini: vele spiegate gonfiate dal vento verso nuove sfide, e il mare aperto dentro il quale navigare. Questa metafora è stata resa reale dal primo Social Enterprise Boat Camp, quattro giorni di co-creazione nell’anomalo scenario di una crociera mediterranea. Una grande riunione in cui cooperatori e imprenditori sociali hanno viaggiato insieme in un contesto ricco di confronti, spunti e contaminazioni.

Un boot-camp è un campo di addestramento, un campo pratica. Ricreato in nave, il nostro boat camp ha visto 400 persone salpare da Civitavecchia per raggiungere Barcellona, alternando momenti di convegno e workshop, di lavoro e di svago, con ospiti e speaker di livello mondiale. 
Evento innovativo e unico – organizzato dal Gruppo Cooperativo CGM e da ACRA – ha preso il via il 28 maggio da Civitavecchia, e dalla plenaria pre-imbarco fino allo sbarco il 31 maggio è stato un susseguirsi di riflessione e lavoro, misti al necessario divertimento.

Per scelta gli organizzatori hanno voluto dare spazio a giovani, a volti nuovi. Anche chi tra noi era più abituato a frequentare eventi della rete si è trovato di fronte tante persone mai viste, a storie che meritavano di essere ascoltate, a esempi illuminanti. In ogni meeting si incontrano altre persone, a volte vicine a volte lontane dal mondo che ciascuno di noi vive. In ogni appuntamento della community c’è modo, tra un coffee break e un pranzo, di scambiare qualche parola. A bordo di una nave la condivisione di tempo e spazi è pressoché totale. Dentro e fuori i momenti più formalizzati ti trovi a scambiare opinioni con sconosciuti che percepisci già come simili a te. Cresce la voglia di ibridazione, sapendo di parlare la stessa lingua. È condivisa la curiosità di sapere come altri, su altri territori, stanno affrontando e provando a risolvere sfide simili alle tue.

È difficile individuare un contenuto che mi abbia colpita più di altri: le realtà presenti, i temi trattati, le case-history proposte erano talmente diverse tra loro da rendere impossibile trovarne una che emergesse dagli altri. A stupire positivamente è forse il minimo comune denominatore dell’intera crociera: l’approccio, la voglia di percorrere nuove strade non limitandosi a quelle tradizionali, lo sguardo di chi porta nella realtà di ogni giorno il sogno di un altro modo di fare economia, la passione che porta tutti a mettere da parte ciò che è “successo” per avere la possibilità di mettere un mattoncino verso una società diversa, ragionando su modelli che sappiano guardare oltre il profitto, educando alla concretezza della sostenibilità economica, e alla misurabilità dell’impatto sociale.

Se dovessi scegliere un’immagine caratteristica direi gli occhi. lo sguardo di chi segue la realizzazione di mille progetti, di chi immagina nuove soluzioni e vede scenari; come chi – a bordo di una nave – guarda l’orizzonte immaginando già la terra che troverà.Ci sono stati momenti plenari che ci hanno portato in giro per il mondo con storie di innovazione sociale (E&E in Tanzania, Familydea in Italia, Naiss in Mozambico, l’austriaca Bitlab, La Polveriera di Reggio Emilia, Purefresh dal Kenya, Liter of Light dalle Filippine, e tante altre… ), un bellissimo intervento sul fare squadra di Mauro Berruto che ha ispirato tutti con storie di determinazione e coraggio dal mondo dello sport, e lavori di gruppo, in cui attori del settore corporate, della finanza, della società civile e dell’imprenditoria sociale hanno dialogato,  immaginando –  e testando in workshop su 8 casi aziendali italiani e non – modelli di business sostenibile e di impatto sociale.

Abbiamo lavorato a bordo della nave, e anche a terra a Barcellona al Caixa Forum. Abbiamo imparato, pensato, collaborato. E ce ne siamo andati, “con un po’ più di speranza, con un po’ più di saggezza. Al prossimo viaggio, reale o metaforico, verso sfide e obiettivi e progetti per provare, ognuno a modo suo, a creare un mondo più sostenibile, più equo, più giusto.  Arrivederci, fratello mare

Anna Raffaelli