Parto da alcune considerazioni raccolte nell’ultima edizione del Festival delle Comunità del Cambiamento, tenutosi nel primo fine settimana di ottobre a Milano. Ilda Curti – ex assessora alle Politiche Sociali del Comune di Torino – è intervenuta alla fine della mattinata introduttiva che proponeva i racconti di  alcune buone pratiche dal mondo dell’innovazione sociale e culturale. Tre sono gli spunti che recupero dal suo intervento e che nascono dallo sguardo critico nei confronti del rapporto tra politiche/politica e futuro delle città:

«Non esistono le comunità come luoghi ingenui di comunanza e di appartenenza – territoriale, politica, culturale, sociale. Quelle che usiamo definire comunità sono una rappresentazione di qualcosa di molto più complesso e indicibile.
Sono  un tentativo di semplificazione e un modo per uniformare il magma indistinto degli interessi, delle relazioni, delle percezioni, delle culture e dei saperi che in una società liquida si aggregano e di disaggregano».

«Ecco, le città hanno una linea di crescenza: nelle periferie, nelle paure, nel furore contro i rifugiati, negli insediamenti dei Rom vicino alle case popolari,  nella coesistenza faticosa e brutale di un mondo che precipita tutto sullo stesso marciapiede. Le linee di crescenza sono i luoghi meticci, dello scontro e del cambiamento disordinato. È la città che puzza, che esprime contemporaneità difforme e fastidiosa. Sgradevole, faticosa.
Mentre le comunità intelligenti scrivono il Decamerone, c’è chi sta con gli scarponi chiodati nelle linee di crescenza. Le violenta, continuamente: le usa, le manipola, le enfatizza. C’è chi usa il dogma e non la logica, producendo micro-fratture continue che fanno crescere storte le ossa, le distorcono e le cristallizzano intorno alla paura, all’esclusione».

«Se non cambiamo, anche, la politica, rischiamo di scrivere un nuovo Decamerone, qualcuno forse si salverà ma tutti moriremo di peste».

Ho condiviso queste parole con Stefano Sarzi Sartori, trovando molti punti contatto. Insieme ad Atas Onlus e alcuni altri soggetti attivi sul territorio, Stefano Sarzi Sartori si è mosso dentro le linee di crescenza della città di Trento, in questo tempo particolarmente esposte e fragili.

Partecipazione rischia di essere parola passpartout. Abbiamo un problema di declinazione del tema che rischia di renderne annacquato il significato, di ridurne il valore a spazio della sperimentazione continua e non della messa a sistema di prassi quotidiane all’interno delle nostre città?

Ho iniziato anche io a parlare di partecipazione. Poi nel tempo mi sono accorto che il termine è riduttivo, perché si intende la partecipazione come dicotomia tra presenza e assenza: se partecipi ci sei, se non partecipi non ci sei. Quando però provi a rispondere alla domanda “cos’è partecipazione?” entri in una realtà che non è definibile. La partecipazione è un processo, e di conseguenza è preferibile parlare di processi partecipativi. Non c’è un momento “secco” nel quale partecipi o non partecipi, ma c’è un percorso che ti porta a vari livelli a partecipare. Non necessariamente uno che è fisicamente assente non partecipa. Occorre andare più a fondo nel capire meglio che cosa produce partecipazione dentro questo sistema a più livelli, che cosa produce interesse per quello che ti sta attorno. Perché qualcuno dovrebbe scegliere di guardare oltre il ristretto confine della propria vita? Questa è la domanda che dobbiamo porci.
Facendo questo ci siamo accorti che il punto nevralgico del processo partecipativo è qualcosa di profondo, è qualcosa che si costruisce a partire dalla relazione, dal rapporto con l’altro. E la prima relazione che apre a questa nuova dimensione è quella di vicinato, di prossimità. Stiamo vedendo la crisi di queste relazioni e possiamo dire che si tratta di una crisi generalizzata. Una delle conseguenze di questa crisi è proprio politica, a partire dal venir meno del senso del bene comune, perché l’evaporare delle relazioni è anche l’evaporare della possibilità di capire insieme ciò che è bene appunto comune.

Una crisi di sistema, nei confronti della quale ci relazioniamo con una sorta di frenesia da risultato, con quella che potremmo definire apologia del fare. Nel libro si descrive invece un processo di “riforma permanente” in una costante circolarità tra alto e basso (”up e bottom”). Come si tiene viva quest’ipotesi di attivazione e sviluppo di comunità?

Sono partito dal quartiere perché è l’unità minima in cui da un lato le persone possono il senso profondo della propria identità nel senso di appartenenza e dall’altro le istituzioni hanno la presenza di tutti gli elementi che compongono la loro filiera. Fa impressione che alcune città – credo sia il caso di Padova – pensano addirittura di cancellare i quartieri, dietro la folle idea che si possa tranquillamente farne a meno e che sia l’occasione per risparmiare.
Il quartiere è – dove resiste qualche struttura – il possibile e nevralgico punto di raccordo tra istituzioni e cittadini nella governance della città. E’ quindi il punto da cui muovere le politiche della città; ed è anche, a ben vedere, il livello da cui possono nascere nuove generazioni di politici. I quartieri possono essere intesi come incubatori per la politica, luoghi privilegiati dove i cittadini maturano un legame con la propria città e magari anche la passione per la sua governance. Ciò che tiene viva la circolarità tra istituzioni e cittadini è innanzitutto uno sguardo permanente sulla politica come processo partecipativo e quindi una tensione e attenzione continua a curare la dialogicità come meccanismo e metodo di funzionamento di ogni raccordo del sistema: dal primo con i cittadini, all’ultimo con i vertici del governo. Si tende infatti a intendere il processo decisionale partecipato come una semplice iniziativa di audit da parte di un qualche soggetto politico. Non è così! Un processo partecipativo pone tutti sullo stesso piano e sullo stesso pezzo, pur con ruoli diversi, e chiede non solo uno sguardo nuovo ma anche competenze nuove, in tutti i soggetti. Uno dei problemi più grossi nei processi partecipativi è perciò quello del suo innesco che è appunto sviluppo di comunità e non animazione. Uno degli aspetti interessanti a questo proposito dei processi partecipativi nello sviluppo di comunità è che chi ha avviato il processo – così è stato anche in alcune esperienze realizzate con Atas a Trento – nel momento in cui il processo è partito non viene più percepito nel lavoro e nel compito svolto, perché il ruolo di chi innesca un vero processo partecipativo non è quello di mettersi davanti ad animare e trainare le persone, ma quello, molto diverso, di far essere gradualmente le persone protagoniste del loro stesso vivere e convivere; protagoniste delle loro stesse relazioni di comunità. Sono infatti le relazioni a generare iniziative e cambiamento.

Il cambio di paradigma proposto passa per la metafora della “piazza” da osservare e vivere con sguardo diverso, non più dal centro ma dai suoi confini. Come cambia il welfare se si decide di mettersi nei panni di chi sta al margine delle nostre città?

Quando cambi lo sguardo ti accorgi che quelli che noi definiamo marginali stanno comunque dentro un contesto sociale, dentro un contesto di relazioni. Se l’obiettivo è quello di non marginalizzare ulteriormente queste persone serve lavorare dentro quei contesti già esistenti per valorizzare le relazioni esistenti e generarne possibilmente di nuove. Questo processo generativo fa sentire risorsa quella stessa persona che prima si sentiva marginalizzata.

Relazioni, quartieri, processo sono le parole d’ordine e allo stesso tempo gli strumenti di lavoro. Rappresentano i cardini – per quello che ho compreso leggendo con attenzione il libro – di una comunità politica?

È evidente. O la politica si riscopre polis, si riscopre comunità, o altrimenti rischia seriamente la deriva verso lo svuotamento della democrazia. Rimane in piedi la struttura organizzativa della democrazia ma in realtà sotto di essa non ci sono le condizioni perché essa si esprima come tale.
Sono in molti a pensare che il nodo della crisi che stiamo vivendo vada di pari passo con il disfacimento dei partiti tradizionali e del loro ruolo. Con il crollo del Muro di Berlino si è assistito a una repentina rottura del rapporto tra istituzioni e cittadini, dovuto soprattutto al venir meno di ogni tipo di radicamento nel territorio dei partiti e degli altri corpi intermedi. Persa la loro ragion d’essere nella relazione con i cittadini si è sancito un distacco netto tra cittadini e istituzioni, che oggi risulta particolarmente evidente.
Pochi cercano di porre rimedio a questo venir meno di infrastrutturazione alla base della legittimazione della politica e delle istituzioni concentrando l’attenzione sull’architettura formale della governance, che pure non è il nodo centrale del problema. L’architettura – che può funzionare o meno – dipende comunque da ciò che le sta dietro, da quella che potremmo definire costituzione sostanziale. E’ su quest’ultima – e sul suo sviluppo – che va concentrato l’impegno di tutti.

Tema controverso per l’innovazione sociale è anche quello della verifica dell’impatto delle proprie attività. Come va interpretato il tema del cambiamento, che nel libro non trova una vera e propria definizione ma assume una dimensione processuale, in continuo movimento?

Dobbiamo imparare a fare valutazione di processo. E’ un tema ancora aperto. Vorrei portare un esempio legato al progetto che con Atas abbiamo realizzato. Ci è stato chiesto di immaginare un progetto che avesse la durata di un anno. Per non sprecare il denaro e le energie a disposizione ho proposto e si è approvato di impostare il lavoro in tutt’altro modo, ribaltando il progetto iniziale. Infatti un un processo di sviluppo di comunità necessita almeno tre anni di lavoro. Ci siamo chiesti quindi come – in pochi mesi – attivare il processo riuscendo a visualizzare quel poco che si poteva in quel momento visualizzare, nella prospettiva di un possibile rifinanziamento del progetto. Per fare ciò serve visualizzare gli obiettivi finali ma anche come gli esiti intermedi si proiettano su quegli obiettivi essendone il fondamento. In quel caso, lavorando su due condomini, sono nate per esempio le mappe relazionali. Dopo la prima esplorazione del contesto lo stato dei rapporti monitorati era di un certo tipo e lo abbiamo rappresentato graficamente; dopo tre mesi di lavoro sulle relazioni sono nati nuovi rapporti che abbiamo potuto a partire dal quella mappa iniziale raffigurare come evoluzione.
Uno potrebbe pensare che la cosa si esaurisca lì ma non è così, perché nella proiezione di processo quello era l’avvio – un primo reticolato di vicinato – di una potenziale rete di quartiere che si sarebbe potuto dispiegare successivamente. Abbiamo potuto visualizzare come il micro si può connettere al macro – nel nostro caso, il quartiere. Il rischio è infatti che questi rapporti avviati abbandonati a sé stessi ricadano nel campo delle “relazioni amicali” e non vengano concepite invece nella loro fondamentale dimensione politica – in senso lato – come tessuto di comunità  che è in grado di rigenerare la polis. Andava proseguito il lavoro che avevamo cominciato per permettere a quel reticolato di entrare in connessione strutturale con tutto il contesto sociale, culturale e politico presente nel quartiere e di proseguire autogenerandosi in una rete sempre più fitta e generativa. Questo lavoro di accompagnamento e verifica costante è per noi l’idea dello sviluppo di comunità.

Cosa manca a Trento per mettere a sistema un modello di welfare di questo tipo?

È fin troppo facile dire che manca la visione politica, manca il livello politico-istituzionale capace di assumere questa visione. Ma non è un’accusa. In realtà ogni soggetto ad ogni livello manca di qualcosa e il recupero di questo qualcosa è parte degli esiti stessi di un processo che è già in qualche modo avviato. Tuttavia, il livello politico-istituzionale ha una responsabilità nevralgica. Richiamando la mia metafora della comunità come piazza, oggi possiamo dire che lo spazio della piazza è capillarmente presidiato sul perimetro, da uno stuolo di esperti e operatori che guardano rigorosamente il loro angolo di riferimento – i giovani, gli anziani, i malati, gli emarginati, le famiglie ecc. ecc. – e presidiano lo spazio ristretto che sta tra sé e il loro angolo; il grosso della piazza rimane non guardato alle loro spalle. La sfida oggi è mettersi con  le spalle al proprio angolo di riferimento guardando l’intera piazza per agire su di essa. Un cambiamento che obbliga naturalmente ad un raccordo orizzontale (tra enti) e di profondità con i cittadini. Questa rotazione tuttavia non può essere del singolo – soggetto personale o collettivo -, dell’illuminato di turno, ma deve essere un movimento corale. Se pratico infatti quel movimento da solo non produco nulla e in più rischio che quel mio spazio venga “mangiato” da altri. Il movimento corale di spostamento chiede perciò una regia che non può essere che politico-istituzionale. Chi coordina il movimento corale di cui parlo deve essere proprio il livello politico-istituzionale e questo ruolo è cruciale per un cambiamento che non sia effimero o episodico.
Le esperienze che si stanno facendo sul territorio servono affinché le istituzioni visualizzino questa prospettiva e riescano a farla propria. Tom Arnkil dice della Finlandia che è il paese dei mille laghi e dei mille progetti, nel quale i laghi rimangono mentre i progetti svaniscono. Il Trentino non è poi molto diverso. Il nostro sforzo è far capire che bisogna passare dalle ondate di bandi di progettazione all’idea di sviluppo processuale. I progetti servono ai processi, ma a loro volta i processi chiedono di essere guardati e presidiati dall’insieme di quelli che operano e progettano dentro ai contesti. Senza questo sguardo permanente anche le più belle progettualità rischiano di svanire nel nulla. Uno degli obiettivi che ho strenuamente perseguito nel mio lavoro è stato appunto quello di creare a livello di quartiere le condizioni di uno sguardo permanente e partecipato che fosse in grado di generare progettualità, di valutarle e di rilanciarle. In questo sforzo mi sono accorto in realtà che era la democrazia stessa a rigenerarsi. Da qui il titolo del mio libro: «Comunità e democrazia nei quartieri. Un’ipotesi di lavoro per attivare processi partecipativi e generativi nei quartieri e nei paesi».

Federico Zappini

Pubblicato su ImpactBlog del quotidiano l’Adige