Resilienza è parola che è entrata a pieno titolo nel nostro vocabolario, benché non succeda troppo spesso di discuterne davanti a un caffè fumante nel bar sotto casa. Da quando anche Leonardo Di Caprio ha deciso di mettere a disposizione la sua popolarità e le sue disponibilità organizzative (con il documentario “Before the flood”qui nella sua versione integrale) per aumentare la consapevolezza rispetto ai rischi legati ai cambiamenti climatici il tema è senza dubbio più conosciuto e dibattuto. Esiste, e di questo parleremo oggi, un processo diffuso di abilitazione alla resilienza  – magari non del tutto evidente ed emerso, ma certamente in crescita esponenziale -, certificato dal moltiplicarsi di pratiche che hanno nella ricerca e nella sperimentazione di approcci generativi in ambito urbano il proprio tratto distintivo. Basti pensare, per rimanere a Trento, che anche il progetto di riqualificazione del parco S.Chiara prevede un interessante intervento di recupero dell’acqua piovana attraverso vasche di stoccaggio, così come già accade da anni a Barcellona o a Berlino, dove le precipitazioni in eccesso non vengono disperse ma riutilizzate. Non stiamo parlando quindi di qualcosa di assolutamente attuale, che riguarda le nostre vite quotidiane e in futuro ce ne accorgeremo in maniera sempre più potente.

“Possiamo dire che la resilienza è la capacità che un sistema ha di rispondere in modo elastico alle pressioni esterne, una risposta adattiva e positiva a un cambiamento traumatico.” Città resilienti saranno quindi città compatte, connesse, coordinate e collaborative. Dovranno saper utilizzare in maniera efficace e diffusa la tecnologia, saper valorizzare la dimensione relazionale e comunitaria, ambire a nuove forme di governance più orizzontali e inclusive. Dovranno essere soprattutto capaci di accompagnare i processi ambientali, ma allo stesso tempo anche quelli sociali, anch’essi attraversati da fenomeni per così dire più estremi che in passato. Perché la resilienza è un processo di abilitazione delle infrastrutture urbane così come dei cittadini. Sul tema dell’immigrazione, della convivenza e dei suoi riflessi sui centri urbani e sulle comunità concentreremo la nostra attenzione.

L’ambizione di Impact Hub è anche quella di contribuire – come spazio di co-working e comunità attenti ai temi dell’innovazione e dello sviluppo di comunità – alla fase di avviamento della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale della città di Trento. Ci piacerebbe farlo attraverso un dialogo aperto tra tutti coloro che di città si occupano e si sentono parte di una comunità che può aiutare con il proprio contributo a migliorare la definizione delle sfide che attendono Trento nei prossimi decenni. Cominciamo da qui.

L’opportunità di questo articolo nasce dalla presentare del libro “La città resiliente” (Altraeconomia, 2016) con l’autore Piero Pellizzaro nei giorni immediatamente precedenti la Scuola della Resilienza (15/16/17/18 dicembre 2016 a Rovereto, presso Progetto Manifattura) e del progetto “Neighbourchange” di Elena Ostanel, ricerca triennale per studiare i processi di rigenerazione urbana via innovazione sociale in quartieri ad alto tasso di immigrazione,  tra l’Italia, il Canada e l’Olanda. E proprio Elena è la protagonista di questa intervista.

Il tuo sguardo è rivolto da tempo alle città. Ci aiuti a capire come la resilienza è il tuo modo di approcciare al tuo settore di ricerca?

Elena – Il mio lavoro di ricerca si compone di più pezzi. Da una parte il lavoro allo Iuav –  dal 2008 – focalizzato sui quartieri marginali, ad alto tasso d’immigrazione e ad alta conflittualità sociale, in collaborazione con la Cattedra Unesco SSIIM. Dopo alcuni anni su questi temi mi sono interessata alle pratiche dal basso che possono produrre rigenerazione urbana via innovazione sociale. In molti di questi quartieri ci sono pratiche, usi, resistenze promosse dagli attori sociali che, all’interno di un contesto segnato dalla crisi del welfare e da una grande centralità delle politiche per la sicurezza e il controllo, costituiscono una situazione interessante. Da un lato vedevo che sia nelle grandi città che nei piccoli comuni esistevano fenomeni dal basso, di autorganizzazione, che producono effetti significativi sul territorio.
Per me resilienza da questo punto di vista è una dimensione che si basa sulle pratiche quotidiane, sulle persone e su ciò che loro riescono ad agire in assenza di risposte dall’alto. Partiamo da un esempio. Il quartiere della stazione di Padova è diviso in due parti, quartiere della Stazione da un lato, Arcella dall’altra. All’Arcella c’è un’ex zona industriale che per anni è stato il luogo del divertimento per gli studenti universitari. Circa dieci anni fa l’intera zona si svuota, rimane sfitta. Senza politica e senza fondi questo luogo oggi è stato riempito da spazi religiosi, spazi di commercio, spazi per l’artigianato. Il tutto gestito esclusivamente da comunità di diverse nazionalità che hanno rigenerato l’area senza che nessuno se ne accorgesse. Quella è resilienza, praticata da comunità. Interi quartieri hanno dimostrato di avere una capacità adattiva in questo senso. Mi interessa studiare questa capacità anche in chiave critica, capendo gli effetti che queste iniziative dal basso producono, in particolare in contesti periferici.

Si potrebbe pensare che – a fronte della quantità di informazioni disponibile oggi – la consapevolezza attorno a temi quali immigrazione, così come il riscaldamento globale sia ormai a un livello tale da poter permeare positivamente da un lato le agende politiche e dall’altro la cultura generale della società. A che punto siamo, nel momento in cui emergono (rafforzate in questo tempo soprattutto in Europa) forze di chiare matrici xenofobe e – sul fronte della difesa ambientale – il Presidente degli Stati Uniti d’America contesta l’esistenza stessa del global warming?

Elena – Per quanto riguarda i quartieri marginali e ad alta presenza di immigrati vedo una responsabilità molto evidente delle amministrazioni, senza una chiara distinzione del colore politico che esse rappresentano. Tranne casi virtuosi, in Italia negli anni è stata prodotta una narrazione dei quartieri “difficili” stereotipata, descrivendoli come il Bronx e costruendo in questo modo un immaginario di un certo tipo. Pensiamo al Veneto dove gli attori istituzionali di ogni genere e grado hanno tutti dato forza a un racconto che ha contagiato di discorso pubblico. Scardinare questo immaginario, pur nella presenza delle pratiche dal basso positive è molto difficile laddove la rappresentazione che una gran parte della popolazione ha del tema è così sedimentata e diffusa. Quelle relazioni quotidiane di cui parlavo prima sono quasi sempre percepite come opache, sotto le quali si nasconde certamente qualcosa. L’informalità viene interpretata come segnale di chiusura delle comunità. Se le si osserva dall’interno si comprende però che sono tutt’altro che chiuse e svolgono spesso un ruolo di “servizio pubblico”, di supporto di network comunitari, laddove il Pubblico non arriva più.
Il ruolo delle istituzioni nella narrazione utilizzate e parallelamente nelle politiche messo in campo è decisivo per capire la situazione attuale. Ad esempio, sempre nell’area della stazione di Padova, dal 2005 al 2010 sono state emesse 22 ordinanze per la chiusura di negozi etnici presenti in zona, riconoscendo in essi un problema di ordine pubblico. Parallelamente sono stati spesi più di 1,5 milioni di Euro per il rifacimento puramente fisico e urbanistico del piazzale antistante la Stazione, quando con un investimento anche più ridotto si sarebbe potuto cominciare un lavoro di comunità che però si è deciso di non intraprendere. E ancora l’uso dei militari per il controllo del territorio,  tende solo a garantire un immaginario – non certo una garanzia reale – di sicurezza.
Ci vorrà molto tempo per uscire da una dinamica di questo tipo, e certamente siamo già molto in ritardo. Se non si parte però da una contro-narrazione, da un’analisi non ideologica di quello che accade nei territori, dalla lettura dei punti di forza delle comunità rischieremo di continuare a sbagliare le risposte.

Ciò che ci racconti (un progetto di ricerca) è la messa in fila di una serie di esperienze che in ambito urbano trovano il loro habitat naturale sia per quanto riguarda l’architettura che l’innovazione sociale. E’ solo l’urgenza che rende così pronte alcune città alla messa alla prova oppure c’è – in questo momento – una particolare predisposizione di questi contesti?
Elena – Le città sono certamente ancora luoghi della sperimentazione, ma è bene non perdere di vista anche le aree interne del paese. Dobbiamo guardare ai piccoli comuni, ad esempio il Veneto della città diffusa, dove le questioni sociali emergono con la stessa urgenza. Pensiamo un attimo a Brexit. Dove ha vinto? Trump dove ha raccolto i maggiori consensi? Certo le città offrono esempi interessanti, ma cerchiamo di indirizzare gli sforzi anche sulle aree non urbane. Fabrizio Barca con il suo progetto da Ministro sulle “aree interne” si era mosso in questa direzione. Di quell’investimento iniziale ora rimane troppo poco. Anche i famosi bandi periferie del Governo Renzi (nda – quelli che finanzieranno gli interventi sull’area ex S.Chiara) non sono stati in grado di stimolare le amministrazioni comunali nello sviluppo di percorsi di policy design, di processi di sperimentazione, di inventare nuove soluzioni. Un’occasione persa.

Siamo “invasi” dal racconto di buone pratiche, grazie anche ai potenti strumenti dello storytelling collegato ai temi dell’innovazione. Ma dove sta lo scatto pratiche e politiche, sia in campo di cittadinanza che di questioni ambientali?
Elena – Il mio progetto di ricerca è proprio dedicato a questo aspetto. Sono tre anni di lavoro per posare lo sguardo su due ambiti. Uno è l’apprendimento istituzionale, cioè come le istituzioni riescono a modificare il loro funzionamento sotto la spinta di pratiche dal basso di rigenerazione urbana. Non si tratta di istituzionalizzare le pratiche. Quello sarebbe sbagliato, soprattutto in un paese come l’Italia dove il fiorire dal basso di attivazione sta producendo spazi interessanti. Significa avere gli strumenti per leggerle e portare dentro le istituzioni un approccio, uno stile. Non sto parlando di burocratizzare. Oggi è necessario per me fare ricerca nelle istituzioni, nelle elitè, per capire come loro apprendono, quando lo fanno. Dentro le istituzioni si è fatta meno ricerca. Pochi ricercatori hanno osservato i Consigli Comunali, la politica, le elitè. Il mio progetto di ricerca vuole studiare l'”alto”, proprio per capire come può apprendere dal “basso” e anche viceversa. 
Il secondo ambito è quello legato all’impatto sociale. Tutti stanno mettendo a punto i propri indicatori per valutare l’impatto. Anche questo aspetto rischia di diventare una trappola. Dal mio punto di vista non si può fare una valutazione d’impatto sociale pensando solo ad indicatori economici (es. quanto risparmiano le PA) serve capire cosa i protagonisti riescono a imparare, apprendere, e come apprendono. Le imprese sociali o il terzo settore ad esempio stanno in alcuni casi sostituendo le istituzioni. Lo stanno facendo mettendo in discussioni le proprie organizzazioni, trovando nuove competenze, con difficoltà in termini di sostenibilita. Se misurassimo l’impatto sociale solo sulle azioni che facciamo e non anche su come si modificano le nostre organizzazioni nel rapporto con il pubblico tra qualche anno il nostro modello non sarà più sostenibile. Il pubblico deve ritrovare il proprio ruolo in un epoca di profondo cambiamento. La cosa che mi sembra poi importante è vedere come le pratiche che ho descritto fin qui impattano sul contesto circostante, sulla città, sulla comunità. L’impatto sociale va valutato li, negli esiti che vengono prodotti sui territori che abitiamo.

Quali saranno i tratti fondamentali del progetto che ti condurrà in giro per il mondo nei prossimi tre anni? Cosa ti aspetti di trovare?
Elena – Prima di tutto di sperimentare il contesto canadese e olandese, che ho scelto perché credo abbiano delle cose da dire. In Canada sarò alla University of Toronto capofila del progetto “Neighbourchange”che prova a mettere al centro la scala di quartiere nell’analisi dei progetti di rigenerazione urbana.  In Olanda lavorerò a Rotterdam, a Charlois, un quartiere con il 60% di abitanti immigrati dove diversi attori dal basso (tra cui artisti, creativi, eccetera) stanno generando pratiche di rigenerazione urbana, anche qui con lati positivi ma allo stesso tempo questioni problematiche nel rapporto con il pubblico. Sto poi scegliendo i casi studio in Italia. Mi aspetto di conoscere due contesti molto diversi tra loro e di poter guardarli lavorando da dentro le istituzioni. Cercherò di fare osservazione partecipante dentro i comitati di quartiere, dentro le amministrazioni, per capire come loro agiscono dentro determinate condizioni. Da queste due esperienze vorrei trarre gli strumenti utili non tanto a definire un criterio di misurazione d’impatto, quanto a costruire un modo diverso di valutare l’impatto sociale soprattutto da un punto di vista qualitativo, rispetto ai temi della rigenerazione urbana. L’apprendimento delle istituzioni e della politica, soprattutto nel nostro Paese, a me sembra un tema fondamentale.

Federico Zappini

 

Pubblicato su ImpactBlog del quotidiano l’Adige

nadiap