Quando abbiamo immaginato di presentare il documentario “Capitali italiani” – un interessante campionario di racconti di vita di chi viene definito expat o peggio “cervello in fuga” – eravamo nel pieno della polemica politica e mediatica collegata alle dichiarazioni del Ministro del Lavoro Poletti sui giovani che – a suo parere – “è meglio non avere tra i piedi”. Un fuoco di fila di lettere indignate, di editoriali che chiedevano le scuse (necessarie) e le dimissioni (forse altrettanto necessarie), tweet che accusavano una classe politica ritenuta colpevole e incapace. A distanza di qualche mese – nel tentativo di produrre un breve report della proiezione avvenuta presso Impact Hub – sono i dati sulla disoccupazione giovanile (oltre il 40% in Italia) e la lettera scritta prima del suicidio, piena di amarezza e frustrazione, di Michele – un trentenne precario –  a tenere banco. Si è quindi rimessa in moto puntuale la discussione che, giocando con una sintetica tag list, ruota attorno a #giovani, #lavoro e #futuro.

Sembra però impossibile affrontare l’argomento senza rimanere incagliati nel commento del solo dato o fatto d’attualità che lo fa tornare in superficie, piuttosto che tentare la discesa in profondità nelle condizione che ne producono gli effetti, che ne determinano la non risoluzione. Non mancano quindi le esperienze di storytelling che descrivono il quadro della situazione, ne tratteggiano i contorni con precisione sempre più raffinata, ne sanno scandagliare le mille sfumature. “I capitali italiani” si inserisce in questo filone e lo fa in maniera puntuale e per nulla banale. Fa emergere sentimenti contraddittori (disillusione e speranza), raccoglie le lamentele nei confronti di un sistema che non sa includere e offrire garanzie, mostra la difficoltà per i trentenni “in fuga” di riconoscersi dentro un’identità collettiva, o almeno plurale. Sono piste personali (o personalissime) quelle che percorrono, nella consapevolezza di dover essere competitivi e flessibili, coraggiosi e adattabili. Sono singoli – raramente coppie – che cercano una dimensione più adatta alle proprie competenze, ai propri desideri o semplicemente a rispondere ai bisogni primari per la sopravvivenza. Sono la parte della società che supera i confini senza di fatto riconoscerli, abituata com’è a una geografia che non ha più negli Stati il proprio baricentro. Sono molto più della “generazione Erasmus” che di tanto in tanto viene riesumata e utilizzata per descriverli. Sono viandanti, soggetti ibridi sia nel lavoro che nella vita. Sono certamente precari. Questo tratto di fragilità e di insicurezza è proprio quello che determina il senso di inadeguatezza, di frustrazione, di rassegnazione. E per uno che va (magari con competenze più strutturate, con le idee più chiare, con maggiore intraprendenza e coraggio) ce ne sono moltissimi che restano e che incontrano difficoltà nel completare il percorso di studi, di individuare un proprio ambito di lavoro, di veder riconosciuto il proprio valore. Precari anche loro, non nel partire ma nel rimanere.

Quando si arriva a questo punto della descrizione del contesto si rischia di richiamare una serie di clichè: lo scontro generazionale, l’insufficienza dell’intervento pubblico per la creazione di opportunità lavorative, l’assenza di politiche per i più giovani, l’inadeguatezza antropologica di una generazione che non sa soffrire, l’importanza dell’identità nazionale dentro un mondo che invece è in ogni sua sfaccettatura globalizzato. Tutti appunti che portano dentro di se pezzi di verità, ma scontano il fatto di interpretare più l’emotività del momento, la ricerca di un colpevole, la semplificazione forzata di un contesto complesso piuttosto che l’idea che la vera sfida sia quella di non accettare l’etichetta – allo stesso tempo stigmatizzante e autoassolutoria –  di generazione perduta che troppo spesso viene spesa come una sentenza senza appello.

Un’analisi fuori retorica del tempo che stiamo vivendo ci dice – in relazione alle forme presenti e future del mercato del lavoro e dell’economia globale – che Zygmunt Bauman aveva ragione quando parlava di un “non più” alle nostre spalle e di un “non ancora” a cui dobbiamo guardare. Dobbiamo leggere il passato per capire dove si è verificato il corto circuito senza pretendere (sognare) che quel che è stato ritorni così come lo abbiamo conosciuto. Dobbiamo vivere il presente in maniera più attenta, più rigorosa e meno manichea e avere l’ambizione di determinare il futuro dentro schemi e paradigmi che abbiamo le caratteristiche di un radicale cambiamento dell’esistente. Perché questa sottolineatura della radicalità? Semplicemente perché il modello – quello capitalistico, che a cascata ha delineato la strutturazione della società che oggi conosciamo – dentro il quale i nostri genitori(e noi di conseguenza) sono cresciuti mostra oggi tutta la sua inadeguatezza, con conseguenze sociali, economiche e culturali che sono sotto gli occhi di tutti. Senza la necessità di far risaltare le conseguenze estreme (come la storia di Michele) ma verificando lo scivolamento nel campo della patologia di ciò che abbiamo sempre inteso come normalità.

Il “non ancora” – l’altrove di chi decide di lasciare il suo paese o di chi resta desiderando un’alternativa rispetto a ciò che vive –  è tutto da costruire. La generazione dei 30enni (e quelle dei loro “fratelli” più giovani)  ha il compito di esserne consapevole e attiva protagonista. Sapremo dare corpo a nuove utopie concrete capaci di ricomporre identità collettive solidali e mutualistiche, di contribuire a creare le condizione per vite degne di essere vissute, valutate attraverso metriche diverse da quelle che utilizziamo oggi per descrivere le caratteristiche del successo e del fallimento? Le domande di fondo in questo tempo complicato sono queste e la fatica a trovare risposte adeguate ne conferma la centralità.

_________________________________________________________________

Cos’è Altrove Reporter? Perché nasce?

Altrove Reporter nasce come progetto di servizio civile del Comune di Riva del Garda. L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione sul fenomeno sommerso dell’emigrazione giovanile, negli ultimi anni aumentato in modo considerevole anche in Trentino, come effetto della crisi economica. Si voleva operare nella concretezza, dando non tanto chiavi di comprensione di un fenomeno che sfugge alle rilevazioni statistiche e tipicizzazioni sociologiche, ma strumenti capaci di trasformare il fenomeno migratorio da fuga in risorsa straordinaria di sviluppo e crescita per i singoli e per le comunità di appartenenza.

Lo strumento individuato è stato la creazione di una rete fra giovani che, partendo dai legami di amicizia e conoscenza fra ragazzi e ragazze di un territorio, mettano a disposizione il racconto delle proprie esperienze, la propria visione sui problemi del mondo giovanile e non solo. Un sito ed una pagina Facebook diventavano il modo concreto per dare forma e visibilità alle storie personali, oltre che essere lo spazio nel quale affrontare i problemi che segnano il mondo giovanile. Dalla mancanza di lavoro adeguato, alla condizione di incertezza rispetto al futuro, alla sostanziale marginalità del mondo giovanile rispetto al sistema sociale ed economico italiano. L’esperienza internazionale di questi ragazzi è la chiave per leggere la nostra società, ma anche per indicare percorsi già realizzati, positivi o non andati a buon fine, soluzioni e modelli educativi e professionali diversi dai propri. In fondo un invito contro la rassegnazione.

Tutto ciò configurava un’esperienza di attivazione dell’idea di cittadinanza e nello stesso tempo chiedeva continuità nella raccolta delle storie, nella proposta di iniziative, nella valorizzazione dei diversi percorsi attraverso il sito. Per questo motivo il progetto ha subito identificato il Servizio Civile come il più adatto degli strumenti. Per chi cercava nel Servizio Civile un contesto di avvicinamento al mondo del lavoro e in particolare a quello giornalistico, ma anche un momento di grande impegno verso la collettività e il mondo giovanile in particolare, in una situazione di attivazione fra pari.

Da dove nasce invece l’idea di “Capitali italiani”?

Abbiamo pensato che a parlare di emigrazione dovessero essere proprio coloro che hanno fatto la scelta migratoria, incontrati nei loro luoghi di vita e di lavoro. Volevamo insomma capire le ragioni che li avevano spinti, ma soprattutto cogliere, nell’immersione nei loro contesti di vita, le visioni che avevano ricavato dalla loro esperienza. A farlo ci sembrava necessario fossero altri ragazzi, amici o conoscenti, che avvicinandoli e facendosi carico di documentare il loro punto di vista, avrebbero trasformato il tutto in indagine. La collaborazione con l’associazione giovanile Lake Side di Riva del Garda ha permesso di costruire una settimana di viaggio, fra il 22 e il 29 febbraio 2016, con 13 ragazzi simultaneamente presenti in cinque capitali europee, grazie al finanziamento dell’Ufficio Emigrazione della Provincia autonoma di Trento. Il documentario è il tentativo di trovare un filo conduttore fra le tante interviste realizzate in quella settimana di lavoro e di incontri fra Londra, Berlino, Amsterdam, Londra, Vienna e Bruxelles.

Quali sono le caratteristiche comuni dei ragazzi e delle ragazze che avete incontrato nel vostro viaggio? Quali invece i tratti di specificità che avete riscontrato solo in alcuni di loro e che maggiormente vi sono rimasti impressi?

Nel nostro percorso abbiamo incontrato giovani provenienti dai contesti più disparati: informatici o ingegneri, registi, musicisti, addetti alla cultura, studenti, sales-manager e altri ancora. È qui dunque necessario fare una distinzione fra chi è partito spinto dalla reale necessità di mettere a frutto le competenze, altrimenti non spendibili nel mercato del lavoro nostrano, maturate tramite una formazione altamente specifica e professionale (i rapporti ISTAT indicano che siano circa il 34% dei giovani espatriati), e chi è invece partito con lo scopo di allargare i propri orizzonti culturali ed esperienziali, spesso in vista dell’acquisizione di conoscenze utili poi ad una migliore collocazione professionale o sociale nel proprio contesto d’appartenenza.

Differenti percorsi, ma con una sfida comune: quella di integrarsi in un altro Paese, di resistere allo sfilacciamento dei legami resi precari dalla distanza, di convivere nell’incertezza d’una quotidianità fatta di appartamenti da condividere e di lunghi momenti di silenzio attonito di fronte ad una lingua che ancora non si conosce bene.

Ma l’elemento che più degli altri accomuna questi giovani è forse la loro capacità di reagire ad una condizione sfavorevole, una sorta di resilienza atta al superamento, alla reazione e all’opposizione nei confronti del ristagno economico e lavorativo italiano. L’adattarsi in città lontane e differenti, spesso più fredde di quelle della nostra penisola, ma capaci di offrire un mercato più vivo, equo, fatto di pari opportunità per tutti. Con la loro partenza i ragazzi si oppongono direttamente alla grave tendenza che determina l’aumento dei NEET (Not -engaged- in Education, Employment or Training) italiani, che recenti ricerche quantificano al 21,4% dei giovani tra i 15 e 24 anni d’età.

È il far fronte, quindi, ad un mercato ai nostri occhi masochista (la formazione di una persona costa alle istituzioni quasi quanto l’acquisto di una Ferrari) e incapace di dar seguito ai sogni che produce. Questa crediamo sia la loro forza più grande. Chi parte è per noi una possibile avanguardia, e non un colono spedito in un universo lontano. Questi capitali italiani, e trentini, sono giovani capaci d’assorbire concetti e modelli innovativi (coworking space, sharing economy, modelli sostenibili, ecc.), a differenza del tessuto sociale italiano che, a queste novità, sembra spesso impermeabile. È infine la loro voglia di tornare in Italia a sorprendere. Sono partiti con la speranza di poter poi rientrare nel Paese da cui sono scappati. Il legame che li unisce al nostro territorio non si spezza con la distanza. Anzi, dalle loro parole emerge spesso una nuova consapevolezza del loro essere italiani. Ed è questo sentimento di attaccamento al territorio, non bieco patriottismo ma piuttosto una differente concezione d’identità, ad essere la risorsa dal potenziale più alto: chi è altrove oggi, si spera, potrà un giorno tornare ed essere linfa vitale per la rinascita del nostro Paese, o almeno rappresentare la spinta ideale per scuotere la nostra Penisola da un ozioso assopimento… Fra i nostri scopi c’è anche quello di accelerare questo processo.

Cos’è per voi l'”altrove” da raccontare? Provate a descriverlo?

In maniera semplicistica si potrebbe certamente affermare che l’Altrove sia il luogo geografico al di là dei confini, un luogo differente dove cercare, e trovare, opportunità da realizzare. Ma Altrove è più che un luogo o un avverbio: è uno spazio in cui s’incrociano pensieri differenti per dar respiro alle soluzioni del futuro, è una rete in grado di trasmettere il fermento dell’innovazione dal basso, ed è proprio per questo che l’altrove non si limita ad essere lo spazio oltralpe o al di là di una frontiera.

Quali sono i prossimi progetti che vorreste realizzare?

L’obiettivo generale è quello di coinvolgere nel nostro progetto il maggior numero di persone, per far sì che le idee frutto dei percorsi dei ragazzi che abbiamo incontrato possano influenzare, o perlomeno far riflettere, il maggior numero di menti, che si spera possano contribuire poi, più consapevoli, a dare input positivi allo stato attuale della realtà che noi critichiamo. Stiamo organizzando anche una serie di incontri a Trento sul tema della cooperazione internazionale con professionisti del settore e, assieme all’associazione Riccardo Pinter, riproporremo il concorso video sul tema della migrazione che lo scorso anno ha visto la partecipazione di diversi giovani trentini e non. Ciò su cui ci stiamo concentrando maggiormente ora è un ampio progetto che vedrà coinvolte attivamente realtà più grandi come Trentini nel Mondo e PAT, ma al momento non possiamo rivelarne i particolari.

Federico Zappini

Pubblicato su ImpactBlog del quotidiano l’Adige

nadiap