La tutelabilità del softwere in Italia e in Europa
28 Ottobre 2019 - trento

LA TUTELABILITÀ DEL SOFTWARE IN ITALIA ED IN EUROPA

Il nostro Hubber Alfeo Muraro ci presenta tutti i passaggi e le norme di tutela software

di Alfeo Muraro

Il software è un prodotto sempre più diffuso, impiegato per svolgere un numero crescente di attività, anche nell’industria. Può quindi apparire paradossale che le normative europee ne vietino la brevettazione. Tuttavia, la recente evoluzione della giurisprudenza ha molto ridimensionato il suddetto divieto, di fatto limitandolo ad alcuni casi specifici.

Negli ultimi decenni, i software hanno trovato applicazione sempre più diffusa: rispetto agli impieghi più tradizionali, come quelli legati al controllo di dispositivi meccanici e di processi industriali, sono diventate preponderanti le attività “virtuali” come, ad esempio, l’analisi di grandi quantità di dati, la gestione di sistemi di validazione diffusa (“blockchain”), le simulazioni di sistemi fisici a scopo progettuale, la realtà virtuale e, da ultima, l’intelligenza artificiale.

Le esigenze di tutela delle imprese produttrici di software sono cresciute di pari passo: queste imprese, infatti, necessitano di tutelare l’investimento in software per impedirne la contraffazione da parte dei terzi, così da aumentare il valore del prodotto, ridurre il tempo di ritorno sull’investimento ed eventualmente produrre flussi di cassa impiegabili per lo sviluppo del prodotto o di nuovi prodotti.

I principali strumenti per tutelare il software sono il diritto d’autore ed il brevetto per invenzione.

Il diritto d’autore, o “copyright”, conferisce all’autore del software il diritto di impedire la copia ai terzi. Il copyright è una tutela attivabile in modo pressoché automatico, ma che vale solamente contro gli atti di copiatura tal quale. Ciò può risultare insoddisfacente per software innovativi, ad esempio perché implementano funzioni nuove o perché presentano un’efficacia superiore a quella dei software già in commercio.

A differenza del copyright, la brevettazione non si limita alla tutela del software in sé, ma la estende agli algoritmi equivalenti a quello brevettato, impedendo di fatto ai terzi di realizzare software di funzionalità analoghe.

Per molti anni, la brevettazione del software in Europa è stata ostacolata dalle normative sui brevetti, le quali vietano espressamente la brevettabilità del software e, più in generale, di tutto ciò che non abbia alcuna attinenza con la tecnica come, ad esempio, i metodi matematici, i metodi per attività mentali ed i metodi per attività commerciali. Tuttavia, l’evoluzione della giurisprudenza ha chiarito che questo divieto non va inteso in senso assoluto ma vale soltanto nella misura in cui tali oggetti vengono brevettati “in quanto tali”, cioè indipendentemente dalla loro utilità tecnica.

Un primo importante passo verso la direzione di una maggiore apertura alla brevettabilità dei software fu intrapreso nel 1986 dalla Commissione d’Appello (Board of Appeal) dell’Ufficio Europeo del Brevetti (EPO), che stabilì che un software per implementare un metodo matematico per la manipolazione di un’immagine digitale fosse brevettabile (sentenza Vicom – T208/84). Questa sentenza è particolarmente interessante perché l’oggetto del brevetto non riguarda semplicemente un software, bensì un software che implementa un metodo matematico, cioè due elementi che, in linea teorica, la normativa escluderebbe dalla brevettabilità. La Commissione ritenne che un’immagine digitale fosse un oggetto a tutti gli effetti e che, quindi, la sua manipolazione rappresentasse un processo tecnico, sia pure ottenuto per mezzo di un metodo matematico implementato via software.

Da allora si sono susseguite centinaia di sentenze che hanno progressivamente precisato e delimitato il divieto alla brevettazione del software: ad esempio, negli ultimi anni l’EPO ha concesso diversi brevetti sulle blockchain, uno degli oggetti più sfuggenti che esistano attualmente.

Inoltre, la Commissione d’Appello Allargata (Enlarged Board of Appeal) è stata recentemente interpellata sulla possibilità di brevettare i software di simulazione usati a fini di progetto. La sentenza non è ancora stata pronunciata ma, se ammettesse la brevettabilità di tali software, è indubbio che le potenzialità dello strumento brevettuale ne risulterebbero ulteriormente ampliate.

Nel complesso, si può ritenere che il divieto alla brevettazione del software in Europa sia ormai ristretto ai casi di software effettivamente avulsi da qualsiasi considerazione tecnica. Negli altri casi, il software può essere considerato un prodotto come gli altri e la valutazione di brevettabilità si sposta quindi su aspetti più sostanziali, quali la novità e la non ovvietà dell’algoritmo rispetto alla tecnica nota, come avviene per tutte le altre invenzioni.

Per finire, l’EPO ha attivato un gruppo di lavoro che si sta occupando dei brevetti sulla cosiddetta “Industria 4.0” e, lo scorso anno, ha ospitato un convegno dal titolo “Patenting Artificial Intelligence”, a riprova del fatto che l’Ufficio Europeo si stia dotando di strumenti idonei ad affrontare le esigenze derivanti dall’evoluzione delle nuove tecnologie.

 

Alfeo Muraro
Consulente europeo in brevetti – Trento
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