Si lavora per vivere. O il contrario?
6 May 2016 - Impact Hub

sabato, 07/05/2016

Ho 28 anni, laureato in finanza, partita iva d’ordinanza, attivata in giugno 2015. Collaboro da qualche mese alle attività di Impact Hub. Tocca a me il compito di proporre qualche riflessione rispetto al libro di Maurizio Busacca, “Lavoro totale”. Lo faccio partendo dalla curiosità con cui ho assistito all’incontro con l’autore e più in generale da un’osservazione partecipata (dall’interno, ogni giorno) delle trasformazioni del mondo del lavoro.

Cosa si intende innanzitutto per “lavoro totale”? Per capirci è l’approccio al lavoro nel quale tempi di vita e di lavoro si intrecciano sempre più fittamente fino ad essere – nelle declinazioni più estreme, e quasi patologiche – una cosa sola. Potremmo assimilarlo alla mentalità imprenditoriale (neppure troppo minoritaria) nella quale ci si identifica tanto con la propria impresa da non riconoscere più i contorni del proprio impegno lavorativo, talmente dilatati e senza limiti da fagocitare tutto il resto. Busacca mette in evidenza come questo modo di relazionarsi al lavoro si stia diffondendo, superando anche il recinto – una volta piuttosto ben definito – dell’imprenditore nella sua definizione classica.

Il cambio di paradigma

“A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso (Nimmo-Combs, 1992) non sono più solo gli opinionisti, gli esperti, i creativi e i blogger a generare contenuti cognitivi, ma abbiamo assistito a un’impressionante incremento del numero di soggetti in grado di esercitare forme di produzione e diffusione di prodotti cognitivi, i quali vivono una condizione occupazionale e professionale stretta in una tenaglia di vincoli e opportunità, precarietà e flessibilità, che presentano delle peculiarità tali da poterli inquadrare come classe in sé.”

Cosa vuole dirci Maurizio Busacca in questo passaggio del suo libro?

C’è un trend in atto nel mercato del lavoro: una imprenditorializzazione di tutte le professioni, ad ogni livello. E tale trend, nel concreto, si è tradotto negli ultimi anni in minori tutele per il lavoratore, contrazione dei sistemi di welfare, contratti sempre più flessibili e maggiori pressioni psicologiche sui lavoratori.

Geografia del lavoro

I sistemi di welfare sono rimasti gli stessi (tarati sulle vecchie tipologie contrattuali) o addirittura hanno visto compressa e sacrificata la propria efficacia. Non sono riusciti inoltre ad adattarsi alle nuove caratteristiche del lavoro (basti pensare alla condizione di freelance e partite IVA). Ciò che stiamo vivendo comporta dei rischi. Significa minor tempo per raggiungere gli stessi obiettivi. Maggiori aspettative sempre più focalizzate sul singolo e non sul ruolo di un team, di un gruppo di lavoro. Più tempi di lavoro – e spesso di pessima qualità –  a scapito dei tempi di vita. Il lavoro totale insomma.

Previdenza e welfare

Le conseguenze? Ci ho riflettuto e le ho tradotte in una serie di domande, che poi sono quelle che l’incontro con Maurizio Busacca mi ha lasciato. Chi può permettersi – nella vasta galassia dei giovani precari – di immaginare l’acquisto di una casa? Quanti giovani possono pensare di avere dei bambini? Un freelance si può ammalare e se gli succede cosa rischia davvero? Perde il lavoro? Quant’è alta la possibilità di ritrovarsi buchi contributivi e/o di non vedersi riconosciuta la pensione? Ecc. Ecc. Potrei racchiudere il tutto come una maggiore difficoltà nell’intraprendere impegni a lungo termine. Per tutti.

Lavoro totale

Quello che mi chiedo è se sia sostenibile sul lungo periodo quest’incentivo alla competitività e alla flessibilità anche a scapito della giustizia sociale dei sistemi di welfare. A cosa ci dovrebbe portare tutto questo? Un maggior numero di imprese? Maggiori posti di lavoro? L’obiettivo è essere il paese più competitivo degli altri? Il rischio è che il gioco della competitività comporti solo un maggiore impegno/sacrificio medio richiesto senza conseguenti benefici.

Concludo. Non amo lamentarmi senza provare a proporre delle soluzioni. Tuttavia – umilmente – non mi sento in grado di farlo efficacemente, dentro un articolo di qualche migliaio di battute. Percepisco i potenziali rischi. Il mio intervento vuole offrire l’opportunità di un confronto costruttivo. Sul tavolo rimangono molte questioni che meritano attenzione. Siamo in una fase storica complessa. E’ necessario condividere ragionamenti, comprenderne le sfumature, per poterla poi affrontare al meglio. Le soluzioni, da buon ottimista, sono sicuro si troveranno.

Daniele Ferrari