Uber, Airbnb, BlaBlaCar: alla prova della condivisione
12 March 2016 - Impact Hub

Orti urbani – a disposizione dei cittadini – che diventano luoghi di incontro e produzione collettiva. Vecchie edicole abbandonate trasformate in spazi dedicati al portierato di quartiere. E ancora: piattaforme che permettono di condividere passaggi in auto, appartamenti e uffici, cene e degustazioni, lavori, giocattoli, denaro destinato al finanziamento di progetti. Airbnb, Uber, BlaBlaCar, Gnammo sono solo i casi più famosi – e più dibattuti – di una fiorente costellazione di attività sharing che si caratterizzano per la capacità di disintermediare i rapporti tra chi presta un servizio (o mette a disposizione un bene) e chi ne trae beneficio.

Una sorta di gigantesca liberalizzazione – dal basso – capace di scardinare mercati apparentemente impenetrabili (quali il turismo, la ristorazione o il trasporto delle persone) e di generare valore partendo dalla possibilità di ogni singolo cittadino di interagire in rete, dentro un continuo scambio basato sulla fiducia e la reputazione digitale.

Una medaglia che ci mostra contemporaneamente più delle due canoniche facce. Una rivoluzione in atto per molti. Economisti o semplici utilizzatori soddisfatti da un metodo semplice e accessibile per risparmiare qualche quattrino o addirittura guadagnarne.

Una sciagura per altri. Soprattutto per tutte quelle categorie (taxisti, albergatori e ristoratori…) che ne percepiscano – in solido – solo i rischi dal punto di vista occupazionale e del rispetto delle regole in relazione alla concorrenza. Una patata bollente per la politica che, come spesso accade, fatica a prendere le misure alle innovazioni, rischiando di venirne travolta o (che è peggio) di esserne spaventata, cadendo quindi nell’eccesso di normazione – sinonimo spesso di limitazione o divieto – e abdicando dal ruolo di accompagnamento ai processi economici e sociali, comprese le loro declinazioni più conflittuali.

Se il 2015 per i temi collegati all’economia della condivisione è stato l’anno dell’esplosione (il rapporto completo di Collaboriamo contiene numeri molto interessanti), quello appena cominciato non potrà che determinarne l’affermazione e condurrà giocoforza al bisogno di precisare i contorni – seppur necessariamente sfumati e porosi – di un fenomeno in vertiginosa crescita. Dentro questa nuova fase si inserisce, non senza contraddizioni, la prima proposta di legge approdata in Parlamento.

Un testo che prova a offrire una definizione («economia generata dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali»); propone l’istituzione di un Registro dedicato e la verifica obbligatoria sulle credenziali delle piattaforme; richiede la totale trasparenza nei pagamenti e definisce una sorta di «regime forfettario» per le prestazioni occasionali connesse alla sharing economy (10% di imposta fino a 10 mila euro di fatturazione).

Alcune domande sorgono spontanee. Sarà sufficiente legiferare a livello nazionale di fronte a un mercato che supera, grazie alle tecnologie, ogni confine descrivendo un contesto globale sempre più interconnesso? Sarà la strada giusta quella – così appare a prima vista – di una stringente categorizzazione e di un approccio burocratico per far fronte a un fenomeno che ha nella sua capacità di essere multiforme e ibrido il suo più evidente valore aggiunto? Non sarebbe il caso che nei territori e più nello specifico nelle aree urbane (così come accade proprio in questi giorni a Milano con la nascita di CoHub, spazio dedicato allo studio e alla promozione dell’economia collaborativa) prendessero forma esperienze capaci di interpretare le specificità dell’argomento, sapendola analizzare e sperimentare nelle forme più adatte insieme alle comunità?

Fino al 31 maggio ci sarà la possibilità di commentare la proposta di legge. Un’occasione di di confronto e di elaborazione da sfruttare. Gli appunti al testo sono già moltissimi, segno che il tema è di grande attualità e sono moltissimi quelli che – a vario titolo – possono contribuire al suo miglioramento.

Forse non saremo di fronte alla «fine del capitalismo» – così come titolava Internazionale qualche mese fa, a commento del libro di Jeremy Rifkin «La società a costo marginale zero» – ma certo il fenomeno sharing economy ha tratti di innovazione originali. Primo fra tutti quello di ricordarci, lasciando da parte per un momento le non marginali ricadute economiche, l’importanza delle esperienze cooperative e più in generale il piacere della riscoperta del «fare insieme».

FEDERICO ZAPPINI

Foto: Cohub Milano