“Green” non basta più

Cosa cambia per le aziende con la Direttiva UE 2024/825

Quante volte ci siamo fermati davanti a uno scaffale, convinti di fare la scelta giusta perché su un prodotto c’era scritto “eco-friendly” o compariva una foglia verde? Per anni le aziende hanno potuto comunicare la propria sostenibilità con slogan vaghi, loghi inventati e dichiarazioni impossibili da verificare. Da settembre 2026 questo non sarà più lecito in Italia.

 

La portata del cambiamento va ben oltre la compliance formale. Si ridefiniscono le regole del gioco per chiunque comunichi “green”, e chi resta indietro rischia sanzioni fino a 5 milioni di euro.

Il quadro normativo

La Direttiva (UE) 2024/825, nota come “Empowering Consumers for the Green Transition”, è stata adottata il 28 febbraio 2024 ed è entrata in vigore a marzo 2024. Modifica due pilastri della normativa europea a tutela dei consumatori: la Direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali e la Direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori.

 

In Italia è stata recepita con il D.Lgs. n. 30 del 20 febbraio 2026, che aggiorna il Codice del Consumo. Le nuove disposizioni si applicano pienamente dal 27 settembre 2026.

Gli obiettivi sono chiari: proteggere i consumatori dalle affermazioni ambientali ingannevoli, garantire informazioni commerciali trasparenti e affidabili, spingere la concorrenza verso prodotti più durevoli e davvero sostenibili e far funzionare meglio il mercato interno.

Cosa cambia per le aziende

Il punto più concreto: la Direttiva vieta le asserzioni ambientali generiche come “rispettoso dell’ambiente”, “ecologico”, “verde”, “eco-compatibile”, “eco-friendly”, “a impatto zero”. I termini generici, da soli, non bastano più.

 

Ogni affermazione dovrà essere sostenuta da dati misurabili, metodologie riconosciute e, in molti casi, da verifiche di terze parti indipendenti. In altre parole: se lo dici, devi poterlo dimostrare.

 

Cambia anche il fronte dei marchi. Le etichette di sostenibilità potranno essere usate solo se fondate su sistemi di certificazione riconosciuti o introdotti da autorità pubbliche. E il monitoraggio per mantenere il marchio dovrà essere svolto da un soggetto terzo, indipendente e competente, nel rispetto di norme internazionali, dell’Unione o nazionali.

Le sanzioni - perché conviene muoversi ora

In Italia l’autorità competente è l’AGCM. In caso di violazione può vietare la diffusione del messaggio, ordinarne la rimozione e imporre sanzioni amministrative fino a 5 milioni di euro. Può inoltre disporre la sospensione temporanea dell’attività. Numeri che, per molte realtà, valgono ben più di una revisione del packaging.

Un caso concreto: San Benedetto

Un episodio recente mostra come l’AGCM stia già intervenendo. Acqua Minerale San Benedetto promuoveva la linea Ecogreen con il claim “CO2 Impatto Zero” su etichette, confezioni, sito e spot. Con una moral suasion, l’Autorità ha giudicato l’affermazione troppo assoluta e difficilmente dimostrabile, soprattutto quando la neutralità deriva da compensazioni anziché dalla riduzione effettiva delle emissioni.

 

L’azienda ha rimosso rapidamente il claim da tutti i canali, sostituendolo con una comunicazione più prudente. Il segnale per le imprese resta inequivocabile: oggi può bastare un richiamo bonario; dal 27 settembre 2026 messaggi analoghi rischiano di configurare una pratica commerciale sleale a tutti gli effetti.

Il vero nodo: un sistema ancora poco chiaro

Sotto la superficie resta un problema di fondo. La distinzione tra una certificazione di terza parte accreditata, un’autocertificazione e un marchio commerciale privo di verifica indipendente è tutt’altro che scontata, tanto per i consumatori quanto per le aziende stesse.

 

A complicare il quadro si aggiunge un paradosso. Molte realtà che hanno avviato percorsi seri verso una gestione sostenibile non possiedono gli strumenti per raccontarlo correttamente. Così chi opera con rigore tende a tacere per timore di sbagliare, mentre chi comunica in modo impreciso prosegue indisturbato fino all’eventuale sanzione.

 

Proprio qui la Direttiva rivela il suo lato più utile: premia la sostanza e offre finalmente un riferimento certo a chi lavora con serietà.

Due priorità concrete per adeguarsi

Il 27 settembre 2026 si avvicina e, per gran parte delle aziende, il momento di agire è adesso. Due passi prioritari aprono la strada.

 

  1. Revisione di tutti i materiali di comunicazione: packaging, sito, social e cataloghi vanno ripuliti da ogni asserzione generica non documentabile.
  2. Verifica dei marchi di sostenibilità in uso: devono fondarsi su schemi con controllo da parte di un organismo terzo accreditato.

Come Impactness supporta le imprese

Impactness accompagna aziende e organizzazioni nel mettere in regola la comunicazione ambientale, con un approccio pragmatico attraverso:

 

  • Formazione e aggiornamento del team sulla direttiva e sui nuovi obblighi

 

  • Mappatura di tutti i claim ambientali e dei relativi elementi visivi,

 

  • Verifica dell’allineamento tra messaggi, realtà tecnica e strategia commerciale

 

  • Revisione dei contenuti e claim ambientali

L’autrice

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Paola Pluchino è membro della community Impactness, biologa ambientale ed esperta di strategie di sostenibilità ed economia circolare per imprese, startup ed enti.

Da diversi anni lavora allo sviluppo e all’implementazione di modelli di business circolari, con particolare attenzione alle filiere agroalimentari e alle dinamiche territoriali.

Supporta organizzazioni e territori nell’integrare la sostenibilità nei processi decisionali, attraverso strategie basate su dati, approccio sistemico e valorizzazione delle risorse locali.

Ha maturato esperienza nello sviluppo di strategie di corporate sustainability, nella progettazione di modelli circolari nell’agrifood e nella ricerca sulle Nature-Based Solutions applicate al metabolismo urbano, lavorando tra ambito aziendale, ricerca e innovazione.

Valentina Montrucchio è membro della community Impactness, dove porta la sua esperienza nel turismo sostenibile. Affianca le imprese del settore nell’adozione degli standard GSTC (Global Sustainable Tourism Council), integrando la sostenibilità nei sistemi di gestione fino alla certificazione internazionale di terza parte. Si è formata con una laurea in Lingue e comunicazione per l’impresa e il turismo all’Università della Valle d’Aosta e una magistrale in Management della Sostenibilità e del Turismo a Trento. Il suo approccio unisce rigore degli standard e visione strategica, proprio sul terreno al centro di questo articolo: la differenza tra una certificazione accreditata e un marchio senza verifica.

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